AREA “1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!” (1978)

AREA__1978_Gli_dei_se_ne_vanno_gli_arrabbiati_restano__1978_.jpgForse la mia memoria è difettosa e non ho attinto da fonti diversificate ma se non vado errato non mi risulta che all’ultimo disco degli Area con Demetrio Stratos sia stato, in sede di maxi revisionismo, riservato un trattamento speciale.

Il tratto distintivo della tiepidità che contraddistingue l’analisi critica de “1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!”, inciso e pubblicato nel 1978, sembrerebbe risalire ad una valutazione negativa dello stile, considerato meno avant-gard ed un po’ contiguo al jazz rock, e, partendo da qui ad un presunto allontanamento dallo spirito delle origini (magari è inopportuno tirare in ballo la storia di cosa è invecchiato meglio ma, a mio modesto avviso, il periodo pur intenso e storicamente rilevante dei dischi incisi per la Cramps Records, non è del tutto esente da rilievi di questo tenore). In ogni caso, tutte le successive ed entusiastiche valutazioni personali scontano, e fisso subito un paletto, un elemento di forte soggettività giacchè è proprio con questo disco che ascoltai, proprio nel 78, per la prima volta gli Area.

Girava sul piatto anche “Crac” con il suo Elefante bianco e la sua Mela di Odessa (e Crac! è il mio preferito tra i dischi storici), ma quando ascoltavo Ares Tavolazzi alla Pastorius e Patrizio Fariselli alla Zawinul per me perso dei Weather Report era dura. Faccio un tentativo per evitare la gogna: le assonanze con quell’esperienza americana nascono non propriamente sul piano delle intuizioni ma più squisitamente sul terreno dei suoni e limitatamente ad alcuni frangenti strumentali. La statura di Tavolazzi e Fariselli resta grande così come resta integra, intatta e straordinaria l’esperienza precedente il 1978.

Venendo alla musica degli “Dei se ne vanno…” ed alla sua portata concettuale avverto in questi solchi la stessa sensibilità e lo stesso spirito dei mitici Gentle Giant che in “Acquiring the taste” declamavano di sfidare l’impopolarità nel tentativo di espandere le frontiere della musica popolare. Certo qui ci sono il jazz, il rock, la sperimentazione, la grande perizia tecnica ed un background culturale talora ingombrante, ma ci sono anche tentativi più “internazionalmente” POP-olari (“Ici on dance” e “Hommage a Violette Nozières”), oltre che l’azzardo di costruire trame sonore complesse ma efficaci e di non difficile ascolto (penso soprattutto a “Interno con figure e luci” e a “Guardati dal mese vicino all’Aprile”, laddove il free prevale nella parte iniziale di “F.F.F. (=Festa, Farina e Forca)”).
In tutto questo giganteggia un
Demetrio Stratos fenomenale che, ancor di più che nei precedenti dischi, osa l’inosabile, forza la mano, oltre che sul piano tecnico (eccezionale), sul piano delle intuizioni e delle idee (alcune davvero geniali). La suggestione di “Return from Workuta”, glaciale descrizione del viaggio di ritorno da un siblag (nelle note descrittive interne ci si riferisce ai campi di lavoro correzionali/buco nero della storia del comunismo bolscevico), con la voce, filtrata, che prima suggerisce qualcosa di lontano perduto nel freddo siberiano e che poi, dopo un intervento ricco di pathos del contrabbasso di Ares Tavolazzi, sospirando inanella una serie di gorgoglii da brivido (in particolare il 3° è impressionante). Il solo talentuoso nella seconda parte di “Guardati dal mese vicino all’ Aprile” , irresistibile nella costruzione e nella tecnica e che si rafforza su una base di solo contrabasso, chitarra e batteria. Non mancano inoltre le nevrosi “Zappiane”: sentire in proposito tutta la serie di strepiti, frasi smozzicate, tamburellati sulle guance ed altro ancora sul mid tempo centrale di “Vodka Cola” dove si sbizzarrisce un po’ tutto il gruppo sino alla conclusione in stile doo-woop attribuita ai Clito.

Del resto, che Stratos non scherzi e sia, se possibile, cresciuto a dismisura, lo testimonia da subito l’apertura de “Il bandito del deserto” piéce dedicata a Shanfara, poeta e bandito dell’Arabia pagana protagonista della leggenda che vale la pena qui riportare: “Respinto dalla tribù a cui si era aggregato, fece voto di uccidere cento dei suoi antichi compagni. Ne uccise novantanove prima di cadere sopraffatto in una imboscata, ma nel suo teschio abbandonato e dissecato al sole inciampò e si ferì a morte un centesimo nemico, compiendosi così il suo voto.” La sensazione di forza che esprime il cantato di Stratos in soli 12 versi ha dell’incredibile! Ma dove la visionarietà e la poesia esplodono è senz’altro in “Hommage à Violette Nozières” canzone talmente bella da non sembrare vera, forse anche più bella di “Gioia e rivoluzione”.

Non resta che citare l’“Acrostico in memoria di Laio” (spassoso e farneticante psico-puzzle) e chiudere con un significativo estratto dalle note di “Vodka Cola” che ben rappresenta lo spirito vero di questo grande disco degli Area: “Il pregio dell’ umorismo non ci è familiare, sappiate dunque riconoscere la smorfia che ci attraversa il viso: ascoltare musica può essere divertente a patto che qualche volta sia imbarazzante”

 

 

Anto (1990)

 

 

 

Tracks:

Il Bandito del deserto
Interno con figure e luci
Return from Workuta
Guardati dal mese vicino all’aprile
Hommage a’ Violette Nozieres
Ici on Dance!
Acrostico in memoria di Laio
“FFF”(Festa,Farina e Forca)
Vodka Cola

1 Comments

  1. fabrizio taborri

    AMO GLI AREA DA SEMPRE,HO 47 ANNI E LI RINGRAZIO PER TUTTO QUELLO CHE HANNO FATTO,I LORO DISCHI SONO TUTTI INTERESSANTI MA 1978 HA UN SUONO PARTICOLARE ED UNICO…NON ME NE VOGLIA IL MITICO TOFANI CHE IN QUEL MOMENTO NON C’ERA

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